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  1. CAPITOLO PRIMO. Nel quale Phileas Fogg e Gambalesta si accettano reciprocamente l’uno come padrone l’altro come servitore.
  2. CAPITOLO II. Nel quale Gambalesta è convinto d’aver finalmente trovato il suo ideale.
  3. CAPITOLO III. Nel quale s’impegna una conversazione che potrà costar caro a Phileas Fogg.
  4. CAPITOLO IV. Nel quale Phileas Fogg sbalordisce Gambalesta, suo servo.
  5. CAPITOLO V. Nel quale un nuovo valore comparisce sulla piazza di Londra.
  6. CAPITOLO VI. Nel quale l’agente Fix mostra un’impazienza più che legittima.
  7. CAPITOLO VII. Che prova una volta di più l’inutilità dei passaporti in materia di polizia.
  8. CAPITOLO VIII. Nel quale Gambalesta parla forse un po’ più del bisogno.
  9. CAPITOLO IX. Dove il mar Rosso e il mar delle Indie si mostrano propizii ai disegni di Phileas Fogg.
  10. CAPITOLO X. Dove Gambalesta è felicissimo di non perdere che le scarpe.
  11. CAPITOLO XI. Dove Phileas Fogg compra a prezzo favoloso una cavalcatura.
  12. CAPITOLO XII. Nel quale Phileas Fogg e i suoi compagni si avventurano attraverso le foreste dell’India e se ne vedono le conseguenze.
  13. CAPITOLO XIII. Nel quale Gambalesta prova una volta di più che la fortuna arride agli audaci.
  14. CAPITOLO XIV. Nel quale Phileas Fogg scende tutta l’ammirabile vallata del Gange senza nemmeno pensare a guardarla.
  15. CAPITOLO XV. Nel quale il sacco delle banconote si alleggerisce ancora di alcune migliaia di sterline.
  16. CAPITOLO XVI. Nel quale Fix fa l’indiano.
  17. CAPITOLO XVII. Nel quale si tratta un po’ di tutto durante il tragitto da Singapore a Hong-Kong.
  18. CAPITOLO XVIII. Nel quale i signori Fogg, Gambalesta e Fix vanno pei loro affari per strade diverse.
  19. CAPITOLO XIX. Nel quale Gambalesta piglia un interesse troppo vivo pel suo padrone, e quel che ne succede.
  20. CAPITOLO XX. Nel quale Fix entra direttamente in relazione con Phileas Fogg.
  21. CAPITOLO XXI. Nel quale il padrone della “Tankadera„ corre pericolo di perdere un premio di duecento sterline.
  22. CAPITOLO XXII. Nel quale Gambalesta impara che il danaro è necessario anco agli antipodi.
  23. CAPITOLO XXIII. Nel quale il naso di Gambalesta si allunga smisuratamente.
  24. CAPITOLO XXIV. Durante il quale si compie la traversata dell’Oceano Pacifico.
  25. CAPITOLO XXV. Nel quale si dà un’occhiatina a San Francisco in un giorno di meeting.
  26. CAPITOLO XXVI. Nel quale si piglia il treno espresso della ferrovia del Pacifico.
  27. CAPITOLO XXVII. Nel quale Gambalesta segue, con una celerità di venti miglia all’ora, un corso di Storia Mormona.
  28. CAPITOLO XXVIII. Nel quale Gambalesta non riesce a far intendere il linguaggio della ragione.
  29. CAPITOLO XXIX. Nel quale si narrano cose che capitano unicamente sulle ferrovie americane.
  30. CAPITOLO XXX. Nel quale Phileas Fogg fa semplicemente il suo dovere.
  31. CAPITOLO XXXI. Nel quale l’ispettore Fix piglia molto sul serio gl’interessi di Phileas Fogg.
  32. CAPITOLO XXXII. Nel quale Phileas Fogg lotta a corpo a corpo con la mala sorte.
  33. CAPITOLO XXXIII. Nel quale Phileas Fogg si mostra all’altezza delle circostanze.
  34. CAPITOLO XXXIV. Nel quale Phileas Fogg va fuor dei gangheri.
  35. CAPITOLO XXXV. Nel quale Gambalesta non si fa ripetere due volte l’ordine del suo padrone.
  36. CAPITOLO XXXVI. Nel quale Phileas Fogg fa di nuovo aggio sulla piazza di Londra.
  37. CAPITOLO XXXVII. Nel quale si calcola quel che Phileas Fogg ha guadagnato a fare il giro del mondo.
  38. INDICE.
  39. NOTE:
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Il giro del mondo in ottanta giorni

Jules Verne

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(von vorn beginnen)

CAPITOLO PRIMO. Nel quale Phileas Fogg e Gambalesta si accettano reciprocamente l’uno come padrone l’altro come servitore.

Nell’anno 1872, la casa recante il numero 7 di Saville-row, Burlington Garden, — casa in cui morì Sheridan nel 1814, — era abitata da Phileas Fogg, esq.[1], uno dei membri più singolari e più segnalati del Reform-Club di Londra, quantunque sembrasse studiarsi di non far nulla che potesse attirare l’attenzione.

Ad uno dei più grandi oratori che onorano l’Inghilterra, succedeva dunque in quella casa codesto Phileas Fogg, personaggio enigmatico, di cui nessuno sapeva niente, fuorchè essere un fior di galantuomo, ed uno dei più bei gentlemen dell’alta società inglese.

Si diceva che rassomigliasse a Byron, — nella testa, poichè era senza difetti ai piedi — ma un Byron con mustacchi e favoriti, impassibile, da poter vivere mille anni senza invecchiare.

Inglese senz’alcun dubbio, Phileas Fogg non era forse Londinese. Non lo si era mai visto nè alla Borsa nè alla Banca, nè in alcuno degli ufficii della City. Nè i bacini nè i docks di Londra avevano mai ricevuto una nave avente per armatore Phileas Fogg. Codesto gentleman non figurava in alcun comitato d’amministrazione. Il suo nome non era mai risuonato in un collegio d’avvocati, nè al tempio, nè a Lincoln’s inn, nè a Gray’s inn. Non litigò mai nè alla Corte del Cancelliere, nè al Banco della Regina, nè allo Scacchiere, nè in Corte ecclesiastica. Non era industriale, nè negoziante, nè mercante, nè agricoltore. Non faceva parte nè dell’Istituto Reale della Gran Brettagna, nè dell’Istituto di Londra, nè dell’Istituto degli Artigiani, nè dell’Istituto Russel, nè dell’Istituto letterario dell’Ovest, nè dell’Istituto del Diritto, nè di quell’Istituto delle Arti e delle Scienze riunite, che è posto sotto il patronato diretto di Sua Graziosa Maestà. Insomma non apparteneva ad alcuna delle numerose società che pullulano nella capitale dell’Inghilterra, dalla Società dell’Armonica sino alla Società entomologica, fondata principalmente allo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

Phileas Fogg era membro del Reform-Club, ed ecco tutto.

A chi si stupisse che un gentleman tanto misterioso si noverasse fra i membri di questa onorevole associazione, sarà risposto che egli vi fu ammesso dietro raccomandazione dei signori Fratelli Baring presso i quali aveva un credito aperto. La regolarità posta da essi nel pagamento a vista dei suoi mandati sul conto corrente, in cui egli era invariabilmente creditore, gli aveva procacciato una certa stima.

Codesto Phileas Fogg era egli ricco? Incontestabilmente. Ma in che modo si fosse arricchito, ecco ciò che i meglio informati non potevano dire, e il signor Fogg era l’ultimo cui convenisse rivolgersi per saperlo. Comunque, egli non era prodigo di nulla, ma non avaro, giacchè ogni volta fosse richiesto di danaro per un’opera nobile, utile e generosa, egli lo portava silenziosamente ed anche anonimamente. Insomma, nulla di meno comunicativo di quel gentleman. Parlava il meno possibile, ed appariva perciò tanto più misterioso. Eppure, la sua vita era palese; ma era tanto matematicamente uniforme, che l’immaginazione, insoddisfatta, cercava al di là.

Aveva viaggiato? Probabilmente, poichè nessuno conosceva meglio di lui la carta del mondo. Non eravi luogo remoto ch’egli non mostrasse averne cognizione speciale. Qualche volta, ma in poche parole, brevi e chiare, rettificava le mille dicerie che circolavano nel club circa i viaggiatori perduti o smarriti; indicava le vere probabilità, e le sue parole erano parse di sovente quasi ispirate da una seconda vista, tanto l’avvenimento finiva sempre per giustificarle. Era un uomo che aveva dovuto viaggiare dappertutto, per lo meno in ispirito.

Peraltro era sicuro che da lunghi anni Phileas Fogg non aveva lasciato Londra. Le persone che avevano l’onore di conoscerlo più da vicino, attestavano che nessuno poteva pretendere d’averlo mai visto altrove che in quella strada diretta che egli percorreva ogni giorno per recarsi da casa sua al club. Suo solo passatempo era leggere i giornali e giocare al whist. A questo giuoco del silenzio, tanto adatto al suo temperamento, egli vinceva spesso; ma i suoi guadagni non entravano mai nella sua borsa e figuravano per una somma importante al suo bilancio di carità. E poi, è bene notarlo, il signor Fogg giocava evidentemente per giocare, non per vincere; il giuoco era per lui un combattimento, una lotta contro una difficoltà, ma una lotta senza moto, senza spostamento, senza fatica, e ciò si confaceva al suo carattere.

Nessuno gli conosceva nè moglie, nè figli — ciò che può accadere alle più brave persone, — nè parenti, nè amici, — cosa più rara in verità. Phileas Fogg viveva solo nella sua casa di Saville-row, dove nessuno penetrava. Del suo interno, non s’era parlato mai. Un solo servo bastava a servirlo. Faceva colazione e desinava al club, ad ore cronometricamente determinate, nella medesima sala, alla stessa tavola, senza la compagnia di colleghi, senza invitar mai un estraneo. Rincasava soltanto per coricarsi, a mezzanotte precisa, senza far mai uso di quelle stanze ben addobbate che il Reform-Club tiene a disposizione dei membri del Circolo. Su ventiquattr’ore, ne passava dieci al suo domicilio, sia che dormisse, sia che s’occupasse della sua teletta.

Se passeggiava, lo faceva invariabilmente, con passo uguale, nella sala d’accesso dal pavimento intarsiato, o sulla galleria circolare del club, al disopra della quale sorge una cupola coi vetri azzurri, sorretta da venti colonne ioniche di porfido rosso. A colazione e a pranzo, erano le cucine, la dispensa, la pescheria, la latteria del club che fornivano alla sua tavola le loro succolenti riserve; erano i camerieri del club gravi personaggi in abito nero, calzati con scarpe a suole di mollettone, che lo servivano in porcellana speciale e sopra stupende tovaglie di tela di Sassonia; erano i bicchieri di purissimo cristallo del club che contenevano il suo sherry, il suo porto od il suo claretto corretto con cannella, capelvenere, cinnamomo; era finalmente il ghiaccio del club — ghiaccio venuto con forti spese dai laghi d’America — che manteneva le sue bevande in un soddisfacente stato di freschezza.

Se vivere in tali condizioni si chiama eccentricità, bisogna confessare che la eccentricità ha del buono!

La casa di Saville-row, senza essere sontuosa, si raccomandava per un comfort davvero superlativo. D’altronde, con le abitudini invariabili del suo abitatore, il servizio si riduceva a ben poco. Però, Phileas Fogg esigeva dal suo unico servo una puntualità, una regolarità straordinarie. Quel giorno appunto — 2 ottobre — Phileas Fogg aveva licenziato James Forster perchè codesto servitore erasi reso colpevole di portargli per radere la barba dell’acqua ad ottanta quattro gradi Farenheit invece che ad ottantasei ed aspettava il suo successore che doveva presentarsi tra le undici e le undici e mezzo.

Phileas Fogg, ben adagiato nel suo seggiolone coi piedi ravvicinati come quelli di un soldato alla parata, le palme delle mani sulle ginocchia, il corpo ritto, la testa alta, guardava camminare la sfera della pendola — macchina complicata che indicava le ore, i minuti, i secondi, i giorni, i mesi e l’anno. Allo scoccare delle undici e mezzo, il signor Fogg doveva, secondo la sua abitudine quotidiana, lasciare la casa e recarsi al Reform-Club.

In quel punto, si udì picchiare all’uscio del salotto in cui se ne stava Phileas Fogg.

James Forster, il servo licenziato, apparve.

“Il nuovo servo,„ diss’egli.

Un giovinotto di una trentina d’anni si mostrò e salutò.

“Siete francese e vi chiamate John? gli chiese Phileas Fogg.

— Gianni, se così piace al signore, rispose il nuovo venuto, Gianni Gambalesta, soprannome che mi è rimasto in grazia della mia attitudine a trarmi d’impaccio. Credo di essere un onesto figliuolo, signore; ma, per essere schietto, ho fatto parecchi mestieri. Sono stato cantante ambulante, poi cavallerizzo in un circo, ho emulato Léotard nei voli aerei, e Blondin danzando sulla corda; poi son diventato professore di ginnastica, per utilizzare meglio i miei talenti; ed in ultimo ero sergente dei pompieri, a Parigi. Ho anzi nel mio stato di servizio diversi incendi notevoli. Ma ora son già cinque anni che ho lasciato la Francia, e che, bramoso di gustare la vita di famiglia, faccio il cameriere in Inghilterra. Trovandomi senza posto, e saputo che il signor Phileas Fogg è l’uomo più esatto e più sedentario del Regno-Unito, mi presento in casa del signore colla speranza di vivervi tranquillo e di dimenticare persino questo nome di Gambalesta....

— Gambalesta mi conviene, rispose il gentleman. Mi siete stato raccomandato. Ho buone informazioni sul vostro conto. Conoscete i miei patti?

— Sì, signore.

— Bene. Che ora fate?

— Le undici e ventidue minuti, rispose Gambalesta estraendo dalle profondità del suo taschino un enorme oriuolo d’argento.

— Voi tardate, disse il signor Fogg.

— Chiedo perdono al signore, ma è impossibile.

— Voi ritardate di quattro minuti. Non monta. Basta conoscere l’errore. Dunque, da questo momento in avanti, undici ore e ventinove minuti del mattino, mercoledì, 2 ottobre 1872, voi siete al mio servizio.„

Ciò detto, Phileas Fogg si alzò, prese il suo cappello con la mano sinistra, se lo pose in testa con un movimento da automa e scomparve senza aggiungere una parola.

Gambalesta udì l’uscio di strada chiudersi una prima volta: era il suo nuovo padrone che usciva; indi una seconda volta: era il suo predecessore, James Forster, che se n’andava da parte sua.

Gambalesta rimase solo nella casa di Saville-row.

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Il giro del mondo in ottanta giorni von Jules Verne. Der Text ist in den USA gemeinfrei, digitalisiert von den Freiwilligen von Project Gutenberg. Wir liefern ihn aus unserer eigenen Kopie aus.

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