Así se sentirá leer la historia.
Viaggio di un povero letterato
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PROPRIETÀ LETTERARIA.
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Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Tip. Fratelli Treves — 1920.
INDICE.
| Prefazione | Pag. IX | |
| I. | In attesa del treno | 1 |
| II. | Luci nella notte | 6 |
| III. | Il mattino a Vicenza | 15 |
| IV. | Quattordicimila morti! | 22 |
| V. | Bologna di notte | 31 |
| VI. | Kara-kiri | 37 |
| VII. | Che cosa voleva Mimì | 46 |
| VIII. | Le due milionàrie | 65 |
| IX. | Magister elegantiarum | 83 |
| X. | Effetti di Scaricalàsino | 96 |
| XI. | Il sogno della gardènia | 105 |
| XII. | Battistero, chiesa, cimitero | 110 |
| XIII. | La pupa, il prete e la guerra | 126 |
| XIV. | Pècore e uòmini | 139 |
| XV. | Venèzia e il trippàjo | 155 |
| XVI. | Pax, tibi, Marce, Evangelista meus | 161 |
| XVII. | Pìccoli penati | 172 |
| XVIII. | Il rèduce dalla guerra | 180 |
| XIX. | La festa della mamma | 193 |
| XX. | Dunque ròndini, addio! | 201 |
| XXI. | L'alloro ed il cipresso | 221 |
A Titì,
Creatura mia, quando tu sarai grande e leggerai queste pagine, forse ti verrà desiderio di me.
Ottobre 1916.
A. P.
PREFAZIONE.
Questo libro nàcque senza l'intenzione di diventare un libro. In orìgine èrano note, o segnalazioni, le quali — in questo mio viàggio nel lùglio del 1913 — battèvano con tanta insistenza nell'apparècchio del cervello, che fui costretto a trovare un lapis e un taccuino.
E come i quìndici giorni del viàggio finìrono, mi distraevo a Bellària nello sviluppare quei segni ed appunti.
Capitava allora, assai spesso, su la bicicletta, nel gran sole del mezzodì, l'alta figura bianca di Renato Serra; e ricordo che gli lessi quel capìtolo che comìncia: Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero e poi il campanile che suona o suonava una volta.
Ricordo che poi volle lèggere lui, e lesse, e segnava le pose con quella sua voce pacata e pura, che era sua singolare maniera di lèggere, quasi attendesse un'eco di risposta interiore. Disse che vi trovava alcun nòbile ritmo.
E così l'anno seguente, che fu il 1914, mandai il manoscritto all'amico Giovanni Cena, che dirigeva — morto anche lui! — la Nuova Antologia.
Cena mi consigliò molti tagli o mutilazioni per quelle ragioni di scrùpolo, che, dal più al meno, si impòngono ai direttori delle Riviste, in generale; poi, in particolare, mi consigliò di smèttere con le impressioni dei miei vagabondaggi.
Così, in proporzioni ridotte, il libro uscì nei nùmeri del gennaio e del febbraio 1915 della Nuova Antologia.
Ma un po' per la Guerra, un po' per quelle parole di Cena, io non pensavo più a questo mio lavoro, quando nel 1916 mi sorprese un «artìcolo»[1] di Giovanni Papini —, che allora non conoscevo di persona —, dove mostrava di essersi accorto di questo mio Viàggio, anzi diceva al pùblico: «Come? non vi siete accorti?». Confesso che le parole di Papini fècero sussultare le ùltime corde del pianoforte della vanità: che non è mai fracassato abbastanza sì che non mandi alcun guizzo. E infatti rileggendo poi me stesso come se altro io fossi stato, mi parve che in questo libro, scritto prima della Guerra, si contenesse qualcosa che presentiva la Guerra, e qualcosa anche che meritava di vìvere anche dopo la Guerra. «Ma perchè stamparlo se gli ànimi e i corpi dovranno cadere sotto il tetro materialismo germànico?» Io vissi questi anni in questo ìncubo; e tutt'al più pensavo a questo libro come a una tomba per seppellirvi con onore certe gentilezze che la vittòria germànica avrebbe raso al suolo, come fece nel suo passàggio di tutte le cose belle.
Ora lo spaventoso ìncubo va dileguando e la vita sembra aver ragione su quella tetra morte germànica. Perciò il libro vede la luce.
Certo è che dopo questa Guerra, se veramente desideriamo che la Germània non vinca, anche se vinta, è necessària un'altra vittòria: quella su noi stessi.
Ma per ciò che riguarda questo libro, voglio ora sperare che Giovanni Papini, il quale fu principale cagione della stampa, non se ne debba pentire.
Roma, ottobre 1918.
Capìtolo Primo.
IN ATTESA DEL TRENO.
— Provi a viaggiare — mi disse il professor A*** direttore del Manicòmio di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.
— Ah, sì, signore, il viaggiare sento che mi farà più bene che andare alla seconda cantoniera dello Stèlvio, come mi fu suggerito da altri.
*
«Pensa — dissi a me stesso — che le strade sono tutte tue. È una grande proprietà! Esse si stèndono bianche, notte e giorno, e fàsciano il mondo: non rimane che andare e camminare. Va, dunque, e cammina.» Ma per me ci vorrebbe un'automòbile. Essa va veloce e spezza il pensiero.
Ma io non ho automòbile.
Io potrei anche salpare per l'Amèrica, come il mio amico poeta, Gigino. L'esportazione di un poeta italiano in Amèrica, mi è sembrato un gran fatto.
Ma io non mi posso allontanare troppo.
V'è alcuna cosa (che potrebbe èssere una pìccola testa bionda di fantolina) che non me lo permette; e quando mi sono dilungato cento, duecento chilòmetri, ecco, mi pare che io sia attaccato ad un filo di gomma; e torno addietro.
Approfittiamo allora del treno. Questo gran mezzo di locomozione può fornire notèvoli illusioni e benefici.
Sdraiato sopra un comodo cuscino, e lanciato ad ottanta chilometri all'ora, sentirò spezzarmi il pensiero, come in automòbile; e niente mi vieta di crèdere che tutti quegli omarini in posizione di attenti al passàggio del treno sìano i miei servitori; e che quella carrozza imbottita di velluto sia la mia; e che tutti quei lumi nella notte rimàngano accesi per me; e che tutti quei superbi capistazione vèglino per la mia incolumità personale. Nè io avrò bisogno di comandare. Oh, cosa bellìssima! Èssere servito e non dover comandare! Parere proprietàrio e non èssere censito!
Nulla possedendo, io sono padrone di tutto.
Per tutti i detti motivi, ecco dunque: abbonamento di prima classe, serie IV, durata 15 giorni.
Gran lusso la prima classe, lo so; ma era apposta per facilitare la illusione. In prima classe, poi, si rimane spesso padroni dello scompartimento, e c'è più spàzio fra sedile e sedile. E quando si deve urtare con i nostri stinchi contro gli stinchi del nostro pròssimo, allora soltanto si capisce la complicazione di quella legge evangèlica che pare così sèmplice: Ama il tuo pròssimo come te stesso.
*
Oltre alla tèssera di prima classe, io ero munito di un cappello quasi pànama; di calze quasi di seta; di scarpe nuove di un giallo abbagliante, che mi fùrono garantite come l'ùltima espressione della moda.
Ho preferito poi l'abbonamento anche per evitare la fatica del decìdere. Per me era del tutto indifferente andare verso oriente o verso occidente, vedere Pisa piuttosto che Venèzia. Qualunque rotàia, compresa nell'abbonamento, andava bene per me. L'importante per me era di abolire un pochino me stesso. E appena ebbi la tèssera, pensai con riconoscenza a quella persona sconosciuta, ma certamente piena di càlcoli, che aveva combinato gli orari e a cui io mi potevo affidare docilmente, anzi piacevolmente.
L'abbonamento cominciava col giorno 2 lùglio (1913). Era questione di sapere quale fosse il primo treno in partenza dopo la mezzanotte.
L'orario che mi offrì un elegante cameriere di un caffè sotto la Galleria, a Milano, diceva che il primo treno che parte dopo la mezzanotte, è un diretto per Venèzia: ore zero e venti. «Andiamo in tale caso a Venèzia» — dissi a me stesso: — cioè montiamo su quel treno, e poi decideremo. Io potrò, se mi piace, scèndere a mezza via, quando sentirò chiamare una stazione il cui nome mi suoni grazioso.
*
Erano già le ore dieci e tre quarti e tanto valeva attèndere a quel tavolino di caffè l'ora della partenza.
— Signor cameriere — dissi al cameriere — mi favorisca una birra e qualche sandwich.
I miei pensieri io non ricordo più quali fòssero in quell'ora in cui alternavo delicati sandwiches a fresca birra: ma certamente èrano come in un'atmosfera in cui è calmato il vento. Ed ecco levarsi il tùrbine del vento, perchè passàvano donne, donne, donne con protervi pennacchi e vestite così impudicamente che io sarei stato in diritto di domandare un risarcimento.
Mi affrettai, per ragioni di prudenza, verso la stazione. Però che disgràzia accòrgersi così tardi che il pudore delle donne è un'invenzione degli uòmini.
recuperando tu lugar…
cargando el resto…