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Il richiamo della foresta
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ROMANZO
PREFAZIONE E TRADUZIONE DI
GIAN DÀULI
MCMXXIV
MODERNISSIMA
MILANO
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano
JACK LONDON
Credo che non vi sia scrittore il quale abbia vissuto e sofferto, amato e odiato con tanta disperata e selvaggia intensità, come Jack London. I Gorki, i Dostoiewski, gli Upton Sinclair, i Rimbaud, i Baudelaire, tra miserie fisiche e morali, hanno saputo, sì, rappresentare visioni mai concepite da altri, ma vivendo una vita che, per quanto agitata, non soffrì che in parte del grandioso e avventuroso travaglio che agitò l’esistenza dura ed eroica del grande scrittore americano, le cui opere suscitano in noi sentimenti di paura e di tenerezza, di amore e di dolore e, soprattutto, di ammirazione. Ci pare di trovarci di fronte all’uomo delle caverne che riveli alla nostra sensibilità moderna i misteri e le ferree leggi della vita primitiva.
Perciò, con senso di pena, ho visto in questi giorni pubblicata, a cura del Prezzolini, la prima traduzione italiana di uno dei romanzi di Jack London, «Il lupo di mare», come uno dei tanti libri per ragazzi. Poveri innocenti! Le opere di London affidate nelle mani di adolescenti che s’affacciano alla vita, e non conoscono ancora il male, e ignorano i feroci egoismi degli uomini, la cecità del Dio cristiano, le leggi inesorabili della natura? Quale errore!
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La favola di questi romanzi, per quanto avventurose ne siano le vicende e pittoresco il paesaggio entro il quale si svolge, appare poca cosa in confronto dello spirito realistico che l’ànima e della visione totale della vita e del destino dell’uomo che l’autore vuole e riesce a comunicarci. Egli mira al nostro cuore e alla nostra coscienza, più che alla nostra mente e alla nostra fantasia, da selvaggio armato di frecce avvelenate e infallibili. Ossequiente alle leggi naturali della vita che accomunano l’uomo all’animale, nella foresta, egli ci mostra, a fini sociali, nell’animale, l’uomo, e gli istinti dell’uno nell’altro, rivivendo, con profondo senso primigenio, selvagge emozioni ereditarie che dormono nella natura umana, attraverso il ricordo di antenati preumani e di migliaia di generazioni.
Così che si ripensa, per associazione d’idee, alle crudeltà della guerra mondiale, agli errori ed orrori della rivoluzione russa, ai massacri degli ebrei, alle violenze dell’attuale guerriglia sociale, alle aberrazioni quotidiane della vita umana costantemente insidiata da brutale malvagità, e vien fatto di pensare: — Possiamo, dunque, senza vergogna, affermare d’essere fatti ad immagine di Dio? O non forse è vero che anche noi, come gli altri animali, barcolliamo nelle tenebre, spinti dagl’istinti più bassi, che nelle forme più estreme e più elementari sono legge di vita per i cani e per i lupi? Pare oggi, infatti, che la legge della mazza e dei denti abbia sopraffatto millennî di diritto civile, e ci riconduca in pieno mondo londoniano, dove il più forte, per istinto, non per crudeltà, abbatte ed uccide il più debole, divorandoselo poi, e la ferocia della passione sensuale fa strage, e i maschi si uniscono e combattono insieme sotto il pungolo della fame, e s’uccidono l’un l’altro appena il pungolo è attenuato, ciascuno conducendo via la compagna quando ha ucciso i rivali. Solo ritegno conosciuto, in questo mondo primigenio, è l’istinto della propria conservazione, che tiene unito il maschio alla femmina e spinge il maschio a nutrirla! Dappertutto è libertà assoluta, dappertutto è la paura della morte onnipresente e sovrana.
Ma il London non si limita a mostrarci, con crudele realismo, il rapporto naturale tra la vita selvaggia e la vita civile, ma rappresenta il contrasto diretto tra l’una e l’altra, affermando, invece della licenza, la legge; invece dell’istinto, il trionfo dell’autorità. Devozione del forte al debole, venerazione del debole per il forte, ecco la grande legge della vita che combatte gli impulsi selvaggi: ideale questo o, meglio, regola di vita veramente civile, che la società umana potrebbe a dovrebbe attingere se non fosse così mal ordinata da sembrare fatta per la conservazione e lo sviluppo degli istinti primitivi.
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Per dare degnamente inizio alla pubblicazione delle opere complete di Jack London, scegliemmo, nella sua vasta produzione, due romanzi: «Il richiamo della foresta» («The Call of the Wild») e «Zanna bianca» («The white fang»), i quali a nostro avviso, caratterizzano, meglio di tutti gli altri, non solo il temperamento dello scrittore, ma il processo di sviluppo della sua anima di pensatore temprato dall’esperienza della vita.
Nel primo, «Il richiamo della foresta», è il racconto di un cane che, attraverso perigliose vicende, per la crudeltà degli uomini e l’asprezza dell’esistenza finisce col diventar lupo, facendo, cioè, a ritroso, di gradino in gradino, il cammino inverso della civiltà, da una vita sicura, tranquilla, soleggiata, familiare, quale godeva. Aveva fede negli uomini, e la perde; credeva nell’onestà e nell’onore, e finisce col rubare per vivere, e uccidere per non essere ucciso: e quando l’ultimo amore umano cade, egli si ritrova nella selva, animale primitivo signoreggiato dai soli istinti naturali.
La vita di questo cane che diviene lupo, rispecchia materialmente e spiritualmente la vita dello stesso scrittore. Egli ebbe certamente un primo albore d’infanzia felice nell’amore dei suoi, sino a quando, fanciulletto, passava intere giornate sotto un albero a sorvegliare, per i contadini, il ritorno degli sciami delle api dalla loro vita operosa e errabonda. Breve albore al quale seguì ben presto la miseria più dura. Non ancora decenne, per aiutare la sua famiglia caduta in povertà, egli vende giornali per le vie di San Francisco, per le vie della sua amata «Frisco», dove egli era nato il 12 gennaio del 1876. Poco dopo, è operaio in una fabbrica di prodotti alimentari, dove sente i primi morsi dell’odio contro la piovra sociale, e i primi impeti di ribellione. Infatti, a soli quindici anni egli abbandona la famiglia e il lavoro per unirsi a una banda di pirati, e a sedici anni possiede una sua barca, la Razzle Dazzle, e la sua donna, una fanciulla della stessa età, ed è chiamato dai contrabbandieri il Principe del Banco delle Ostriche, perchè egli solo osa fare il contrabbando nella baia di San Francisco, sotto gli occhi della polizia, con una donna a bordo. Vestito di lana grigia, con scarponi da marinaio, e la larga cintola di cuoio rigonfia d’una grossa rivoltella, solido e robusto benchè ancora imberbe, egli si sente re del proprio destino, e con pacata sfrontatezza ingoia alcool, tra perduta gente, con la tenera mantenuta al fianco, nella bettola dell’Ultima Fortuna. Durò un anno quella vita selvaggia ch’egli definiva, sette anni dopo, come la più rischiosa della sua esistenza; durante la quale guadagnava in una settimana quello che più tardi non riusciva a guadagnare in un anno.
Diciassettenne, si decide o per amore di avventure o forse con la speranza di liberarsi dall’abitudine di bere, a partire, mozzo, per una crociera al Giappone, su un trealberi; ma non muta tenore di vita; come egli stesso confessa nel suo libro «Memorie di un bevitore»: «Incominciava la sera quando arrivammo ad un caffè e... è tutto quello che vidi del Giappone! E purtanto il nostro veliero stette quindici giorni nel porto di Yokohama! Quindici giorni passati a bere in compagnia dei migliori ragazzi di questo mondo».
Dal Giappone passa alla caccia delle foche nei mari della Russia orientale, e quando ritorna in patria, si dà a tutti i mestieri, ma soprattutto a quello del vagabondo, contro il suo vangelo sociale che considerava il lavoro fisico come un dovere per l’uomo, un dovere che conferisce alla salute e santifica la vita. «L’orgoglio che io traevo», scriss’egli, «da una giornata di lavoro ben compiuto, non si può nemmeno concepire. Io mi sentivo lo sfruttato ideale, lo schiavo tipo, ed ero quasi felice della servitù». Ma forse egli traeva a quel tempo più orgoglio dall’essere considerato da tutti come il «boy socialista», il vagabondo rivoluzionario. Per un certo tempo egli fa parte dei «two thousand stiffs», dei duemila irrigiditi, i terribili sovversivi che, condotti dal generale Kelly, mossero dalla costa del Pacifico alla socializzazione del mondo. La piccola armata di ribelli catturava treni, metteva a sacco città e villaggi, militarizzava tutti gl’uomini che incontrava sul suo cammino. Quando le autorità governative riescono ad arrestare la marcia di questi sovversivi e a disperderli, Jack London ritorna al suo vagabondaggio ed è spesso messo in prigione, come disoccupato senza fissa dimora.
Così, Jack London è in condizioni da ascoltare e sentire in sè tutto il fascino dell’appello della vita selvaggia, the call of the wild, e alla vita selvaggia si abbandona con l’impeto inconsiderato della sua esuberante natura. E davanti agli aspetti sempre più terribili della realtà, fra esperienze strazianti, lo spirito gli si rinvigorisce e s’affina. Il destino l’afferra, l’attanaglia, l’abbatte, l’abbrutisce: il cane diventa lupo, ma il lupo è signore della selva, dominatore nella vita selvaggia. Ma Jack London è un sensitivo, un delicato a dispetto della sua vita, uno spirito universale che non può perire schiacciato dal contingente; ed ecco ricominciare il travaglio affannoso dell’uomo che, per virtù del suo ingegno, pur rincantucciato nell’antro, ad affinar la selce, nella desolata solitudine della Vita selvaggia, spia se stesso, studia le voci arcane della natura, e, attraverso ostacoli tremendi, risale alla superficie della civiltà, mercè la potenza del patissero.
Il lupo diventa cane. (White fang).
Jack London ritorna spesso col pensiero al primo libro letto da bambino, l’Alambra, di Washington Irving, e cerca altre letture. Vuole istruirsi, e finisce — ha allora diciannove anni — per far ritorno alla famiglia, stabilita, a quel tempo, ad Oakland, dove l’attende la dolorosa sorpresa di trovare il padre graduato dell’odiata polizia. Egli vince, tuttavia, la ripugnanza che l’occupazione del padre e la vita ordinata destano in lui, ed accetta il posto di portinaio in una scuola secondaria. Poco dopo, collabora al bollettino letterario della stessa scuola, e, ad un tratto, diviene scrittore. Un giornale di San Francisco offre un premio per un articolo descrittivo: Jack London tenta la prova a vince. Incoraggiato dal primo successo, invia un altro articolo allo stesso giornale, che glielo rifiuta, questa volta. Allora, disgustato del suo mestiere di portinaio, riprende la vita nomade, e attraversa a piedi tutto il continente americano fino a Boston. Visita il Canadà, diviene minatore d’oro e pescatore di salmone nell’Alaska. Ma, intanto, il suo pensiero, in mezzo a tante traversie, si forma e precisa. Ha letto Spencer e Carlo Marx: la società gli appare sempre più mal combinata, il capitalismo odioso, con i suoi eccessi che ne fanno un mostro crudele, divoratore; allora il socialista per istinto diviene socialista rivoluzionario per ragionamento, convinto che il socialismo «mira, se non altro, a mettere ciascuno al suo posto».
Al ritorno dall’Alaska, incomincia a predicare in pubblico le sue idee socialiste, la bellezza della rivoluzione e del mondo nuovo che deve sorgere dal crollo della società capitalistica, ed è, alla fine, arrestato, non più come vagabondo, ma come rivoluzionario.
Uscito di prigione, Jack London sente il bisogno di compiere la sua istruzione: va a San Francisco e riesce a farsi ammettere nell’Università, conciliando il bisogno dello studio con la necessità di guadagnarsi il pane, giorno per giorno. Si occupa in una stireria. «Il ferro e la penna si alternavano nella mia mano», ricorda egli più tardi, «ma dalla mia mano stanca la penna cadeva sovente, e sovente i miei occhi si chiudevano sui libri».
Dopo tre mesi di accannito lavoro, egli, robustissimo, non riesce più a reggersi. Allora decide di ritornare a piedi ad Oakland, di riconciliarsi con la famiglia; ma una nuova crudele delusione l’attende. Il padre è morto, la madre e i fratelli sono in miseria. Questa nuova traversìa, se lo costringe per qualche tempo ancora al lavoro manuale, non gli toglie la speranza di un avvenire diverso e migliore. Nelle solitudini nevose della terra del Nord «dove nessuno parla, dove tutti pensano», egli s’era ripiegato su se stesso ed aveva intravisto il suo vero orizzonte, che era quello del lavoratore intellettuale. Riprende a scrivere. Un giornale di California accetta un suo racconto, un altro gli chiede degli scritti. «Le cose incominciavano a prendere una buona piega, e sembrava che io non dovessi aver più bisogno, per qualche tempo almeno, di scaricare carbone». In fondo, la Società, maledetta da Jack London, incominciava a tendergli la mano. Nel 1900 appare il suo primo Volume: The son of the wolf, «Il figlio del lupo»[1], raccolta di racconti del paese dell’oro, che gli fece acquistar subito fama di scrittore originale e poderoso, a ventiquattr’anni!
D’allora seguirono nuovi libri quasi senza interruzione e con crescente successo. Sposatosi, con la sua amata compagna, London gira il mondo e attende alle sue opere. Ma lo spirito d’avventura non si spegne in lui. Egli vive un certo tempo nei bassifondi di Chicago e di Londra, fa il giro del mondo in un minuscolo yacht, lungo appena quindici metri, fa il corrispondente di guerra al Giappone e in Manciuria nel 1904 e al Messico nel 1914, nè cessa mai la sua inesorabile requisitoria contro la Società mal costituita.
A soli quarantanni, nel 1916, dopo aver pubblicato una cinquantina di volumi, la Morte lo coglie proprio all’inizio della sua vera gloria di scrittore più letto e più discusso, più odiato e più amato, nel suo paese. Ancora oggi non si sa come egli sia morto; e il mistero che vela gli ultimi istanti della vita del rude avventuriero e scrittore di genio, è degno di quel capolavoro di irrequietezza che fu, tra opere pari, l’anima di questo Grande.
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