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La Carrozza di tutti
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PROPRIETÀ LETTERARIA.
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Tip. Fratelli Treves.
LA CARROZZA DI TUTTI
CAPITOLO PRIMO.
Gennaio.
Era il primo di gennaio del 1896. Salii la mattina sul tranvai del corso Vinzaglio, in via Roma. Per tutto il tragitto, di là a via Garibaldi, fu un continuo salire e scendere di signore e di signori, che pareva si fossero dati convegno nel carrozzone, poichè dentro e sulle piattaforme, all'entrare e all'uscire, era uno scambio di saluti, d'inchini, di levate di tuba e d'auguri, come in una sala di ricevimento. A metà di via Garibaldi vidi dentro un quadretto curioso. Stava seduta nel mezzo una contadina tarchiata, col fazzoletto in capo e un grosso involto di cenci sulle ginocchia; di fronte a lei una ragazza del popolo, col capo nudo e i capelli corti, un viso mal lavato di monella, vestita poveramente; e tutt'intorno signore e signorine elegantissime, indorate e impennacchiate, che ad ogni aprirsi dei battenti a vetri mandavan fuori un'ondata d'odori fini come da una bottega di profumiere. Mi maravigliai di non aver mai badato, in tanti anni, ad alcuno di quei contrasti sociali che pure sono così frequenti in quei carrozzoni; nei quali soltanto, non essendovi separazione di classi, può accadere che gente del popolo infimo si trovi per qualche tempo a contatto con gente della signoria, con tutto l'agio d'esaminarla, di fiutarla e di ascoltarne i discorsi. Osservai curiosamente allora l'attenzione viva e continua con cui quella contadina e quella ragazza esaminavano le loro vicine, dalle ciocche di fiori dei cappelli alle cernierine dorate dei guanti, tastando quasi con gli occhi le stoffe e le pelliccie, il portamonete dell'una, il libretto da messa dell'altra, e il loro modo d'alzarsi e di sedere e ogni più piccola mossa e quasi ogni piega che facesse il loro vestito; un'attenzione insistente, seria, scrutatrice, come se avessero avuto davanti creature piovute da un altro mondo. Da quell'osservazione uscì come un lampo nella mia mente. Cercai, ritrovai nella memoria altri quadretti simili a quello, e diversi, e d'un significato profondo; mi ritornarono alla mente scene, incontri, conversazioni, piccole avventure allegre e tristi, che non si possono dare che in quella specie di carrozza democratica, dove tutte le classi continuamente si toccano e si confondono; mi sfilò davanti una processione di personaggi che conoscevo soltanto per aver fatto delle “corse„ in loro compagnia, coi quali non avevo mai parlato che sulle piattaforme, e che formavano per me come una famiglia a parte di compagni abituali di viaggio; e mi suonò dentro un'esclamazione che per poco non mi sfuggì dalla bocca: — To'.... uno studio.... un libro.... la carrozza di tutti!
*
Il giorno stesso questa idea mi fu attraversata da un'altra. Ripassando in rassegna i “personaggi„ che m'eran più vivi nella mente, mi fermai sopra due, sui quali fui tentato d'architettare un romanzo. Erano un giovine e una ragazza. Questa, che doveva abitare nel borgo San Donato, la trovavo sul tranvai della linea del Martinetto, alla prima corsa delle sette e mezzo, ogni volta che salivo in piazza dello Statuto per andar verso il centro di Torino. Il giovane saliva sullo stesso carrozzone ogni giorno, all'angolo di via Siccardi. La ragazza sedeva quasi sempre nell'angolo a dritta, dalla parte del cocchiere; lui, quando c'era posto, le si metteva sempre accanto o di faccia. Eran tutti e due piccoli, male in carne, di poca salute, pareva, e vestiti meschinamente, ma puliti; di quei poveretti la cui gioventù non consiste in altro che nella data della nascita, e che fanno più pietà perchè mostrano d'aver coscienza della loro miseria fisica, e di vergognarsene. Il giovine aveva un occhio chiuso, un viso che faceva pensare a una fanciullezza perseguitata ed esprimeva una rassegnazione antica alla povertà, al dolore, alle umiliazioni; della ragazza avrei detto, non so ben perchè, che era orfana da bambina e vissuta molti anni sotto la tirannia d'una matrigna. Pallida, uno scheletrino, un viso irregolare, con un naso a ballotta e una bazza di vecchietta: la natura non le aveva fatto l'elemosina che di due occhi belli e dolci: la sua gioventù, il suo sesso era tutto in quegli occhi, la sola cosa che ella avesse al mondo per ottener qualche volta dai suoi simili uno sguardo di simpatia. Egli poteva essere uno scrivano, un piccolo impiegato senz'avvenire; essa maestra in un asilo, governante o cucitrice in qualche istituto. M'aveva colpito fin dalla prima volta la serietà, la dignità semplice e triste del loro contegno. La ragazza scendeva sempre in piazza Castello; il giovine proseguiva per via di Po. Quando egli saliva si salutavano con un sorriso leggerissimo; quando ella scendeva si salutavano senza sorridere, ed egli sporgeva il capo fuor dell'uscio per accertarsi che non cadesse; non si scambiavano che poche parole, di rado guardandosi. E singolare: non guardavano quasi nessuno: ufficiali brillanti, belle signore, chiunque entrasse, non gli rivolgevano che un rapido sguardo distratto, come a un'ombra, che non destasse in loro alcun pensiero. Si capiva bene che c'era fra di loro qualche cosa d'irrevocabilmente determinato, non un amoretto, ma un fidanzamento; che eran due vite legate; e si capiva pure che per allora non avevan modo di star vicini altro che sul tranvai.
Mi commoveva l'amore di quei due poveri esseri così maltrattati dalla natura e dalla fortuna, così meschini e così umili, che s'erano forse stesa la mano per pietà l'uno dell'altro. Pensavo che s'eran forse detto, senza parlare: — O povero giovane, o povera ragazza, e chi ti vorrà bene al mondo se non son io? Vuoi unire la tua tristezza con la mia tristezza, la tua povertà con la mia, vuoi che soffriamo insieme e che ci amiamo tanto da non avvederci più che la natura ha messo le nostre anime in due corpi infelici? — E da questo pensiero mi nacque l'idea del romanzo: l'amore, il matrimonio, molti anni di miseria durissima, una sequela di calamità e di umiliazioni da condurli al proponimento del suicidio; poi le leggi della natura smentite: un amore di bambino, un fiore maraviglioso di bellezza e di robustezza, e con esso la vita mutata; e dopo questa altre creature somiglianti, una nidiata d'angioli, d'intelligenza pari alla bellezza, ammirazione e invidia di tutti, una famiglia di grandi ingegni precoci, di artisti ammirati a quindici anni e famosi a venti, la gloria, la ricchezza, la vita come un sogno d'oro.... Ma l'idea cadde dopo pochi giorni. Non erano più poetici, così come li vedevo, quei due poveri giovani sconosciuti, destinati a una vita oscura e stentata, ma confortata da un amore profondo; non era meglio ch'io non snaturassi con l'immaginazione quel sentimento di simpatia pietosa ch'essi m'ispiravano, accompagnata da molti pensieri quieti e buoni intorno alla vita e alla natura umana? Perchè contraffare con l'arte quella realtà così triste e così gentile? E buttai l'idea del romanzo nella gran fossa comune degli aborti della fantasia.
*
Ritornai alla prima idea una mattina presto osservando dalla finestra sulla piazza dello Statuto, già bianca di neve, i carrozzoni delle tre linee che vi s'incrociano, fermi, che aspettavano l'ora della partenza. La vista di quelle piccole case ambulanti che nella luce crepuscolare, ravvolte dal nevischio, con quei colori ciarlataneschi degli annunzi, offrivano l'aspetto strano e compassionevole d'un gruppo di baracche variopinte di saltimbanchi perdute in mezzo a una steppa, mi destò il capriccio di scendere, di ficcarmi in una e poi in un'altra, e di girar così tutta la mattina, come un vagabondo in cerca d'avventure. E così feci. I passeggieri salivano con le spalle bianche, la neve pioveva fittissima contro i finestrini; di dentro si vedevano a traverso i vetri bagnati e il velo dei fiocchi le case e la gente così in confuso da non raccapezzare più, di tratto in tratto, in che parte di Torino si fosse; e lo strepito dei cavalli che puntavano lo zampe e sdrucciolavano sul ciottolato, incitati dal vocìo continuo dei cocchieri, il frastuono di fischi, di grida, di frustate, di scampanellate, di scalpitii, di squilli di corno che raddoppiava ai crocicchi dove le linee si tagliano, le traversate delle vaste piazze candide dove altre grandi macchio oscure di carrozzoni s'avvicinavano e fuggivano, era per me quasi uno spettacolo nuovo, che mi ricordava certi diletti acuti che dà alla fanciullezza l'inverno. Poi, quando la neve fu più alta, le fermate improvvise, le file dei carrozzoni aspettanti, pieni di passeggieri immobili, come larve spaurite, l'affaccendarsi dei cocchieri e dei fattorini a ripulire e a sospingere le ruote, tutta quell'agitazione di forme nere su quella bianchezza quieta, sotto quella pioggia bianca, densa, continua, silenziosa, in cui si smorzavano le voci, i sibili e gli squilli che venivan dalle vie vicine e lontane, tutto questo mi diede il senso e l'illusione di quegli antichi viaggi in diligenza, pieni di peripezie e di sorprese, che i romantici rimpiangono, e mi fece riafferrare vivamente il proposito del primo giorno. Sì, uno studio.... un libro.... la carrozza di tutti.
Fu appunto quella mattina che mi si mostrò in piena luce l'animo di Giors, un cocchiere della linea Vinzaglio, col quale avevo già parlato più volte, perchè attaccava discorso con tutti, familiarmente. Quel maledetto tempo, che era la dannazione dei cocchieri, pareva che accrescesse il suo buon umore abituale. Insaccato nel cappottone, imbacuccato nella grossa cuffia di lana color cacao, piantato in un par di scarponi da cavatore di sabbia, coi suoi enormi guanti fatti di pezzi di cuoio, di panno e di calza, egli si pigliava il nevischio in faccia e sguazzava nella belletta della piattaforma con un'allegria di carnevale, salutando con grida e versi buffi i cocchieri dei tranvai che passavano e riprendendo ogni momento a zufolare un motivo della Carmen: toreador attento, che non sapeva finire. Invidiabile uomo! L'idea della colazione bastava a farlo felice. Ogni volta che facevo una corsa con lui ritornavo a casa con un appetito da cacciatore alpino. Ogni giorno verso quell'ora, quando principiava a stimolarlo la fame, egli cascava nei discorsi gastronomici, tormentando i colleghi con le più crudeli provocazioni. — Ebbene, camerata, ci staresti a un bel piatto di agnellotti, con un buon sugo e molto formaggio, caldi che fumino, eh? — o sillabava a voce alta i nomi delle ghiottonerie che vedeva di sfuggita nelle vetrine, come parlando all'aria: — Mor-ta-della di Bologna! Sa-lame di Alessandria! — e poi dava in una risata che scopriva i suoi forti denti bianchi, spiccanti nel sano color bruno del viso, attraversato da due grandi baffi neri e lucenti. Diceva d'aver quarant'anni; ma ne davan trenta le mosse vigorose, la voce sonora, il riso fresco, la giocondità di buon ragazzo che gli brillava negli occhi chiari e vivacissimi, sempre sorridenti. Ed era simpatico a tutti anche per il suo buon garbo ad aiutare a scendere e a salire vecchi, bambini, donne, malati, di qualunque condizione fossero, senza gradazione di cortesia.
Quella mattina mi divertì moltissimo. Salì in piazza Carlo Felice un quidsimile d'ortolano, con un canestro al braccio, che mandava un odore acuto di tartufi bianchi. Quell'odore eccitò subito Giors, che tra un fischio e una schioccata di frusta, tra una girata e l'altra di freno, prese a fare ogni specie d'allusioni facete al “frutto proibito„ strizzando l'occhio ora a questo ora a quel passeggiere, contento, come se quei tartufi fossero destinati alla sua tavola. — Ah che fior di patate! Saccorotto! Roba dell'orto del diavolo! — Il municipio avrebbe dovuto proibire di portar in giro quella razza di peste; egli n'avrebbe sentito il puzzo nella polenta per quindici giorni. Proprio quello ci mancava per aguzzargli l'appetito, quella mattina ch'egli si sarebbe mangiato le posate. Tutte le disdette! Per esempio, ci aveva anche un cavallo che si chiamava Risotto, che a nominarlo soltanto si sentiva aprire un vuoto nello stomaco.
Finì di metterlo di buon umore la comparsa d'un signore di sua conoscenza, che lo salutò amichevolmente: — Buondì, Giors! Brutto tempo, eh?
— Che! — rispose Giors. — È un tempo che rinforza.
— Cosa c'è questa mattina al Grand Hôtel della Barriera di Francia?
— Riso e paste.... con tartufi.
Giors aveva la famiglia alla barriera di Francia, suo capolinea, dove verso l'undici la moglie gli portava la colazione, ch'egli spacciava in cinque minuti, sedendo sul montatoio del carrozzone. Il Grand Hôtel era quello.
La breve conversazione che fece con lui quel signore, un quarantenne sferoidale, che aveva l'aria d'un buon benestante disoccupato, mi svelò un originale, un prodotto particolare dell'istituzione dei tranvai, appartenente a una famiglia numerosa, di cui non c'è lettore, son certo, che non abbia conosciuto qualche esemplare.
Il signore adocchiò i cavalli; poi domandò:
— Dov'è passerotto?
— È passato alla linea dei Viali —, rispose Giors.
— E Gabriella?
— Sempre all'infermeria.
— Già, quella è debole di nervatura alle gambe davanti; non farà servizio per sei mesi. E Ferrari, che non lo vedo?
— È in riserva.
— Quando metterete in circolazione il carrozzone nuovo?
voltando para onde você parou…
carregando o resto…