Myricae
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arbusta iuvant humilesque myricae
SETTIMA EDIZIONE
illustrata dai pittori
A. Antony, A. Pratella, A. Tommasi
LIVORNO
RAFFAELLO GIUSTI, EDITORE
libraio-tipografo
—
1905
proprietà letteraria
Dedica
A
RUGGIERO PASCOLI
MIO PADRE
Prefazione
PREFAZIONE
Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!... Sono frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto. Di qualche lagrima, di qualche singulto, spero trovar perdono, poichè qui meno che altrove il lettore potrà o vorrà dire: Che me ne importa del dolor tuo?
Uomo che leggi, furono uomini che apersero quella tomba. E in quella finì tutta una fiorente famiglia. E la tomba (ricordo un’usanza africana) non spicca nel deserto per i candidi sassi della vendetta: è greggia, tetra, nera.
Ma l’uomo che da quel nero ha oscurata la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè, sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e a gli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti. Oh! lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.
Questa è la parola che dico ora con voce non anco ben sicura e chiara, e che ripeterò meglio col tempo: le dia ora qualche soavità il pensiero che questa parola potrebbe essere di odio, e è d’amore.
- Livorno, marzo del 1894.
Il giorno dei morti
IL GIORNO DEI MORTI
Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto
3con un fosco cipresso alto sul muro.
E quel cipresso fumido si scaglia
allo scirocco: a ora a ora in pianto
6sciogliesi l’infinita nuvolaglia.
O casa di mia gente, unica e mesta,
o casa di mio padre, unica e muta,
9dove l’inonda e muove la tempesta;
o camposanto che sì crudi inverni
hai per mia madre gracile e sparuta,
12oggi ti vedo tutto sempiterni
e crisantemi. A ogni croce roggia
pende come abbracciata una ghirlanda
15donde gocciano lagrime di pioggia.
Sibila tra la festa lagrimosa
una folata, e tutto agita e sbanda.
18Sazio ogni morto di memorie, posa.
Non i miei morti. Stretti tutti insieme,
insieme tutta la famiglia morta,
21sotto il cipresso fumido che geme,
stretti così come altre sere al foco
(urtava, come un povero, alla porta
24il tramontano con brontolìo roco)
piangono. La pupilla umida e pia
ricerca gli altri visi a uno a uno
27e forma un’altra lagrima per via.
Piangono, e quando un grido ch’esce stretto
in un sospiro, mormora, Nessuno!...
30cupo rompe un singulto lor dal petto.
Levano bianche mani a bianchi volti,
non altri, udendo il pianto disusato,
33sollevi il capo attonito ed ascolti.
Posa ogni morto; e nel suo sonno culla
qualche figlio de’ figli, ancor non nato.
36Nessuno! i morti miei gemono: nulla!
— O miei fratelli! — dice Margherita,
la pia fanciulla che sotterra, al verno,
39si risvegliò dal sogno della vita:
— o miei fratelli, che bevete ancora
la luce, a cui mi mancano in eterno
42gli occhi, assetati della dolce aurora;
o miei fratelli! nella notte oscura,
quando il silenzio v’opprimeva, e vana
45l’ombra formicolava di paura;
io veniva leggiera al vostro letto;
Dormite! vi dicea soave e piana:
48voi dormivate con le braccia al petto.
E ora, io tremo nella bara sola;
il dolce sonno ora perdei per sempre
51io, senza un bacio, senza una parola.
E voi, fratelli, o miei minori, nulla!...
voi che cresceste, mentre qui, per sempre,
54io son rimasta timida fanciulla.
Venite, intanto che la pioggia tace,
se vi fui madre e vergine sorella:
57ditemi: Margherita, dormi in pace.
Ch’io l’oda il suono della vostra voce
ora che più non romba la procella:
60io dormirò con le mie braccia in croce.
Nessuno! — Dice; e si rinnova il pianto,
e scroscia l’acqua: un impeto di vento
63squassa il cipresso e corre il camposanto.
— O figli — geme il padre in mezzo al nero
fischiar dell’acqua — o figli che non sento
66più da tanti anni! un altro cimitero
forse v’accolse, e forse voi chiamate
la vostra mamma, nudi abbrividendo
69sotto le nere sibilanti acquate.
E voi le braccia dall’asil lontano
a me tendete, siccome io le tendo,
72figli, a voi, disperatamente invano.
O figli, figli! vi vedessi io mai!
io vorrei dirvi che in quel solo istante
75per un’intera eternità v’amai.
In quel minuto avanti che morissi,
portai la mano al capo sanguinante,
78e tutti, o figli miei, vi benedissi.
Io gettai un grido in quel minuto, e poi
mi pianse il cuore: come pianse e pianse!
81e quel grido e quel pianto era per voi.
Oh! le parole mute ed infinite
che dissi! con qual mai strappo si franse
84la vita viva delle vostre vite.
Serba la madre ai poveri miei figli:
non manchi loro il pane mai, nè il tetto,
87nè chi li aiuti, nè chi li consigli.
Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:
aggiungi alla lor vita, o benedetto,
90quella che un uomo, non so chi, m’ha tolta.
Perdona all’uomo, che non so; perdona:
se non ha figli, egli non sa, buon Dio...
93e se ha figlioli, in nome lor perdona.
Che sia felice; fagli le vie piane;
dagli oro e nome; dàgli anche l’oblio;
96tutto: ma i figli miei mangino il pane.
Così dissi in quel lampo senza fine;
Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,
99dalla più grandicella alle piccine.
Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.
In tutto il mondo più non era alcuno.
102Udii voi soli singhiozzar lontano —
Dice; e più triste si rinnova il pianto;
più stridula, più gelida, più scura
105scroscia la pioggia dentro il camposanto.
— No, babbo, vive, vivono — Chi parla?
Voce velata dalla sepoltura,
108voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,
o mio Luigi, o anima compagna!
come ti vedo abbrividire al vento
111che ti percuote, all’acqua che ti bagna!
come mutato! sembra che tu sia
un bimbo ignudo, pieno di sgomento,
114che chieda, a notte, al canto della via.
— vivono, vive. Non udite in questa
notte una voce querula, argentina,
117portata sino a noi dalla tempesta?
È la sorella che morì lontano,
che in questa notte, povera bambina,
120chiama chiama dal poggio di Sogliano.
Chiama. Oh! poterle carezzare i biondi
riccioli qui, tra noi; fuori del nero
123chiostro, de’ sotterranei profondi!
Un’altra voce tu, fratello, ascolta;
dolce, triste, lontana: il tuo Ruggiero;
126in cui, babbo, moristi un’altra volta.
Parlano i morti. Non è spento il cuore
nè chiusi gli occhi a chi morì cercando,
129a chi non pianse tutto il suo dolore.
E or per quanto stridula di vento
ombra ne dividesse, a quando a quando
132udrei, come da vivo, il tuo lamento,
o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,
che curai, che difesi, umile e buono,
135e morii senza che ti rivedessi!
Avessi tu provato di quell’ora
ultima il freddo, e or quest’abbandono,
138gemendo a noi ti volgeresti ancora —
— Ma se vivete, perchè, morti cuori,
solo è la nostra tomba illacrimata,
141solo la nostra croce è senza fiori? —
Così singhiozza Giacomo: poi geme:
— Quando sola restò la nidïata,
144Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:
se con pia legge l’umili vivande
tra voi divisi, e destinai de’ pani
147il più piccolo a me, ch’ero il più grande;
se ribevvi le lagrime ribelli
per non far voi pensosi del domani,
150se il pianto piansi in me di sei fratelli;
se al sibilar di questi truci venti,
al rombar di quest’acque, io suscitava
153la buona fiamma d’eriche e sarmenti;
e io, quando vedea rosso ogni viso,
e più rossi i più piccoli, tremava
156sì, del mio freddo, ma con un sorriso.
Ma non per me, non per me piango: io piango
per questa madre che, tra l’acqua, spera,
159per questo padre che desìa, nel fango;
per questi santi, o fratel mio, che vivi;
di cui morendo io ti dicea... ma era
162grossa la lingua e forse non udivi —
Io vedo, vedo, vedo un camposanto,
oscura cosa nella notte oscura:
165odo quel pianto della tomba, pianto
d’occhi lasciati dalla morte attenti,
pianto di cuori cui la sepoltura
168lasciò, ma solo di dolor, viventi.
L’odo: ora scorre libero: nessuno
può risvegliarsi, tanto è notte, il vento
171è così forte, il cielo è così bruno.
Nessuno udrà. La povera famiglia
può piangere. Nessuno, al suo lamento,
174può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!
Aspettano. Oh! che notte di tempesta
piena d’un tremulo ululo ferino!
177Non s’ode per le vie suono di pesta.
Uomini e fiere, in casolari e tane,
tacciono. Tutto è chiuso. Un contadino
180socchiude l’uscio del tugurio al cane.
Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stanno
in cerchio, avvolti dall’assidua romba.
183Aspetteranno, ancora, aspetteranno.
I figli morti stanno avvinti al padre
invendicato. Siede in una tomba
186(io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.
Solleva ai morti, consolando, gli occhi,
e poi furtiva esplora l’ombra. Culla
189due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.
Li culla e piange con quelli occhi suoi,
piange per gli altri morti, e per sè nulla,
192e piange, o dolce madre! anche per noi;
e dice: — Forse non verranno. Ebbene,
pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,
195dicono, ora, in ginocchio, un po’ di bene.
Forse un corredo cuciono, che preme:
per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,
198hanno agucchiato sospirando insieme.
E solo a notte i poveri occhi smorti
hanno levato, a un gemer di campane;
201hanno pensato, invidïando, ai morti.
Ora, in ginocchio, pregano Maria
al suon delle campane, alte, lontane,
204per chi qui giunse e per chi resta in via,
là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,
per chi cammina, cammina, cammina;
207e non ha pietra ove posar la testa.
Pietà pei figli che tu benedivi!
In questa notte che non mai declina,
210orate requie, o figli morti, ai vivi! —
O madre! Il cielo si riversa in pianto
212oscuramente sopra il camposanto.
Dall'alba al tramonto
DALL’ALBA AL TRAMONTO
I. Alba festiva
I
Alba festivaChe hanno le campane,
che squillano vicine,
3che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
6nell’ombre mattutine.
Con un dondolìo lento
implori, o voce d’oro,
9nel cielo sonnolento.
Tra il cantico sonoro
il tuo tintinno squilla,
12voce argentina — Adoro,
adoro — Dilla, dilla,
la nota d’oro — L’onda
15pende dal ciel, tranquilla.
Ma voce più profonda
sotto l’amor rimbomba,
18par che al desìo risponda:
la voce della tomba.
II. Speranze e Memorie
II
Speranze e MemorieParanzelle in alto mare
bianche bianche,
io vedeva palpitare
come stanche:
o speranze, ale di sogni
6per il mare!
Volgo gli occhi; e credo in cielo
rivedere
paranzelle sotto un velo,
nere nere:
o memorie, ombre di sogni
12per il cielo!
III. Scalpitio
III
ScalpitioSi sente un galoppo lontano
(è la...?)
che viene, che corre nel piano
4con tremula rapidità.
Un piano deserto, infinito;
tutto ampio, tutto arido, eguale:
qualche ombra d’uccello smarrito,
8che scivola simile a strale:
non altro. Essi fuggono via
da qualche remoto sfacelo;
ma quale, ma dove egli sia,
12non sa nè la terra nè il cielo.
Si sente un galoppo lontano
più forte,
che viene, che corre nel piano:
16la Morte! la Morte! la Morte!
voltando para onde você parou…
carregando o resto…