Vagabondaggio
Nanni Lasca, da ragazzo, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune della chiatta, sul Simeto, con Mangialerba, Ventura e l’Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio. Passavano carri, passavano vetturali, passava gente a piedi e a cavallo d’ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
Prima compare Cosimo aveva fatto il lettighiere. E Nanni aveva accompagnato il babbo nei suoi viaggi, per strade e sentieri, sempre coll’allegro scampanellío delle mule negli orecchi. Ma una volta, la vigilia di Natale — giorno segnalato — tornato a Licodia colla lettiga vuota, compare Cosimo trovò al Biviere la notizia che sua moglie stava per partorire. — Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina, — gli dicevano tutti all’osteria. E lui, contento come una Pasqua, si affrettava ad attaccare i muli per arrivare a casa prima di sera. Il baio, birbante, che lo guardava di mal’occhio, per certe perticate che se l’era legate al dito, come lo vide spensierato, che si chinava ad affibbiargli il sottopancia canterellando, affilò le orecchie a tradimento — jjj! — e gli assestò un calcio secco.
Nanni era rimasto nella stalla, a scopare quel po’ d’orzo rimasto in fondo alla mangiatoia. Al vedere il babbo lungo disteso nell’aia, che si teneva il ginocchio colle due mani, e aveva la faccia bianca come un morto, volle mettersi a strillare. Ma compare Cosimo balbettava: — Va’ a pigliare dell’acqua fresca, piuttosto. Va’ a chiamare lo zio Carmine, che mi aiuti. — Accorse il ragazzo dell’osteria col fiato ai denti.
— O ch’è stato, compare Cosimo? — Niente, Misciu. Ho paura di aver la gamba rotta. Va’ a chiamare il tuo padrone piuttosto, che mi aiuti. —
Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano: — Che c’è? Cos’è successo? Non mi lasciano stare un momento, santo diavolone! — Finalmente comparve sulla porta, sbadigliando, col cappuccio sino agli occhi. — Cos’è stato? Ora che volete? Lasciate fare a me, compare Cosimo. —
Il poveraccio lasciava fare, colla gamba ciondoloni, come se non fosse stata più roba sua. — Questa è roba della Gagliana, — conchiuse lo zio Carmine, posandolo di nuovo in terra adagio adagio. Allora compare Cosimo sbigottì, e si abbandonò sul ciglione, stralunato.
— Sta’ zitto, malannaggia! che gli fai la jettatura, a tuo padre! — esclamò lo zio Carmine, seccato dal piagnucolare che faceva Nanni, seduto sulle calcagna.
Cadeva la sera, smorta, in un gran silenzio. Poi si udirono lontano le chiese di Francofonte, che scampanavano.
— La bella vigilia di Natale che mi mandò Domeneddio! — balbettò compare Cosimo, colla lingua grossa dallo spasimo.
— Sentite, amico mio, — disse infine lo zio Carmine, che sentiva l’umidità del Biviere penetrargli nelle ossa. — Qui non possiamo farvi nulla. Per farvi muovere come siete adesso, ci vorrebbe un paio di buoi.
— Che mi lasciate così, in mezzo alla strada? — si mise a lamentarsi compare Cosimo.
— No, no, siamo cristiani, compare Cosimo. Bisogna aspettare lo zio Mommu per darci una mano. Intanto vi manderò un fascio di fieno, e anche la coperta della mula, se volete. Il fresco della sera è traditore, qui nel lago, amico mio. Tredici anni che compro medicine!
— Ha la malaria nella testa il padrone, — disse poi Misciu, il ragazzo della stalla, tornando col fieno e la coperta. — Non fa altro che dormire, tutto il giorno. —
Intanto sopra i monti spuntava la prima stella; poi un’altra, poi un’altra. Compare Cosimo, sudando freddo, col naso in aria, le contava ad una ad una, e tornava a lamentarsi:
— Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanotte, come un cane?
— Tornerà, tornerà, non dubitate, — rispondeva Misciu accoccolato su di un sasso, col mento nelle mani.
— È andato a caccia nel Biviere. Alle volte passano mesi e settimane senza che lo veda anima viva. Ma ora ch’è Natale deve venire per prendere la sua roba. —
E il ragazzo, mentre ciaramellava, s’andava appisolando anche lui, col mento sulle mani, raggomitolato nei suoi cenci.
— Viene di notte, viene di giorno, secondo va la caccia. Quando si mette alla posta delle anatre, lo zio Carmine gli lascia la chiave sotto l’uscio. Poi dorme di giorno, o va a vendere la selvaggina di qua e di là; ma la sua roba l’ha sempre qui, nella stalla, appesa al capezzale: il cavicchio pel fucile, il cavicchio per la carniera, per un cavicchio ogni cosa. Tanti anni che sta qui. Lo zio Carmine dice ch’era ancora giovane.... —
Quando compare Cosimo tornava a lamentarsi, il ragazzo trasaliva, quasi lo svegliassero, e poi tornava a borbottare, come in sogno. Nanni, stanco di singhiozzare, sbarrava gli occhi nel buio. Tutt’a un tratto scappò una gallinella, schiamazzando.
— O zio Mommu! — si mise a chiamare Nanni ad alta voce. Dopo si spandeva un gran silenzio, nella notte.
— So io! — disse infine Misciu. — Non risponde per non spaventar le anatre. Poi ci ha fatta l’abitudine, a quella vita, e non parla mai. —
Però si udiva già il fruscío dei giunchi secchi, e il tonfo degli scarponi dello zio Mommu, che sfangava nel greto.
— Qua, zio Mommu! C’è compare Cosimo che gli è successo un accidente. —
Lo zio Mommu stava a guardare, al barlume che faceva la lanterna di compare Carmine, tutto intirizzito e battendo le palpebre, con quel naso a becco di jettatore. Poi sollevarono il lettighiere al modo che diceva lo zio Carmine, uno sotto le ascelle e l’altro pei piedi.
— Cristo! come vi pesano le ossa, compare Cosimo! — sbuffava l’oste, per fargli animo con una barzelletta. E lo zio Mommu, mingherlino, barellava davvero come un ubbriaco, sotto quel peso.
— Ah, che vigilia di Natale mi ha mandato Domeneddio! — tornava a dire compare Cosimo, steso alfine nello strapunto come un morto.
— Non ci pensate, compare Cosimo, che ora la Gagliana vi guarisce in un batter d’occhio. Bisogna andare a chiamarla, compare Mommu, nel tempo stesso che andate a Lentini per vendere la vostra roba. —
Il vecchietto acconsentì con un cenno del capo, e mentre si preparava a partire, legandosi in testa il fazzoletto, e assettandosi la bisaccia in spalla, l’oste continuava:
— È meglio di un cerusico la Gagliana! Vedrete che vi guarirà in meno di dire un’avemaria. State allegro, compare Cosimo; e se non avete bisogno d’altro, vado a far la vigilia di Natale anch’io con quei quattro maccheroni.
— E tu che non vuoi mangiare un boccone? — chiese il lettighiere, voltandosi al suo ragazzo che non si moveva di lì, smorto, colle mani in tasca, e il viso sudicio dal piangere che aveva fatto.
— No, — rispose Nanni. — No, non ho più fame. —
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