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  1. I. Il giovenile errore
  2. I. Il giovenile errore — I colloqui
  3. I. Il giovenile errore — L'ultima infedeltà
  4. I. Il giovenile errore — Le due strade
  5. I. Il giovenile errore — Elogio degli amori ancillari
  6. I. Il giovenile errore — Il gioco del silenzio
  7. I. Il giovenile errore — Il buon compagno
  8. I. Il giovenile errore — Invernale
  9. I. Il giovenile errore — L'assenza
  10. I. Il giovenile errore — Convito
  11. II. Alle soglie
  12. II. Alle soglie — Alle soglie
  13. II. Alle soglie — Il più atto
  14. II. Alle soglie — Salvezza
  15. II. Alle soglie — Paolo e Virginia
  16. II. Alle soglie — La signorina Felicita ovvero la Felicità
  17. II. Alle soglie — L'amica di nonna Speranza
  18. II. Alle soglie — Cocotte
  19. III. Il reduce
  20. III. Il reduce — Totò Merùmeni
  21. III. Il reduce — Una risorta
  22. III. Il reduce — Un'altra risorta
  23. III. Il reduce — L'onesto rifiuto
  24. III. Il reduce — Torino
  25. III. Il reduce — In casa del sopravissuto
  26. III. Il reduce — Pioggia d'agosto
  27. III. Il reduce — I colloqui
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I colloqui

Guido Gozzano

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LIRICHE

DI

GUIDO GOZZANO


MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI


Quinto migliaio.

I. Il giovenile errore

I.


IL GIOVENILE ERRORE.

I. Il giovenile errore — I colloqui

I COLLOQUI.

......reduce dall’Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle
......

i.

Venticinqu’anni!... Sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
3il dono mi lasciò dell’abbandono!

Un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
6riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico.... guardo il sole che declina
9già lentamente sul mio cielo grigio.


Venticinqu’anni!... Ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
12moribondi.... ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
15dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
18il tuo sorriso, amante che s’apprezza

solo nell’ora triste del congedo!
Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo
21all’altra meta, gioventù, m’avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!

ii.

Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.

Io piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro,
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sè romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

sorrido e guardo vivere me stesso.

I. Il giovenile errore — L'ultima infedeltà

L’ULTIMA INFEDELTÀ.

Dolce tristezza, pur t’aveva seco
non è molt’anni, il pallido bambino
sbocconcellante la merenda, chino
sul tedioso compito di greco....

Più tardi seco t’ebbe in suo cammino
sentimentale, adolescente cieco
di desiderio, se giungeva l’eco
d’una voce, d’un passo femminino.

Oggi pur la tristezza si dilegua
per sempre da quest’anima corrosa
dove un riso amarissimo persiste,

un riso che mi torce senza tregua
la bocca.... Ah! veramente non so cosa
più triste che non più essere triste!

I. Il giovenile errore — Le due strade

LE DUE STRADE.

i.

Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista,
4apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!»
Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.

«Tu? Grazia? la bambina?» - «Mi riconosce ancora?»
8«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.

«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La mamma come sta? E ti sei fatta bella!

La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!...»
12«Signora, si ricorda quelli anni?» - «E così bella

vai senza cavalieri in bicicletta?...» - «Vede!...»
«Ci segui un tratto a piede?» - «Signora, volentieri.»

«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico
16caro di mio marito. Dagli la bicicletta....»

Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.

E la Signora scaltra e la bambina ardita
20si mossero: la vita una allacciò dell’altra.


ii.

Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna

e balda nel solino dritto, nella cravatta,
4la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.

- O via della salute, o vergine apparita,
8o via tutta fiorita di gioie non mietute,

forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!

O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
12discendere alla Morte come per rive calme,

discendere al Niente pel mio sentiero umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!

Così dicevo senza parola. E l’altra intanto
16vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
20d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.

Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!

Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
24troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro

intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,

gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
28in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella!

- O mio cuore che valse la luce mattutina
32raggiante sulla china tutte le strade false?

Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;

tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
36gettare i sogni sparsi, per una vita nuova.

Discenderai al Niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,

ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
40il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. -

Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.


iii.

Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.

I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli,
4brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;

e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore
8che importa? Giunge al cuore il buon odor dei boschi.

Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?...


iv.

Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.

«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
4si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’....»

«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
8la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,

d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
12sottile d’alabastro, scendeva nella valle.

«Signora!... Arrivederla!...» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
16Ancor s’udì: «...Signora!...» E fu l’ultima volta.

Grazia è scomparsa. Vola - dove? - la bicicletta....
«Amica, e non m’ha detta una parola sola!»

«Te ne duole?» - «Chi sa!» - «Fu taciturna, amore,
20per te, come il Dolore....» - «O la Felicità....»



I. Il giovenile errore — Elogio degli amori ancillari

ELOGIO DEGLI AMORI ANCILLARI.

i.

Allor che viene con novelle sue,
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.

M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca....

Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
«Ah! Che vergogna! Povera Signora!

Ah! Povera Signora!...» E s’abbandona.


ii.

Gaie figure di decamerone
le cameriste dan, senza tormento,
più sana voluttà che le padrone.

Non la scaltrezza del martirio lento,
non da morbosità polsi riarsi,
e non il tedioso sentimento

che fa le notti lunghe e i sonni scarsi,
non dopo voluttà l’anima triste:
ma un più sereno e maschio sollazzarsi.

Lodo l’amore delle cameriste!


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