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Isaotta Guttadàuro ed altre poesie
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DELLO STESSO AUTORE
Primo vere—Prima edizione, 1878. (Esaurita).
Primo vere—Edizione ampliata, 1879. (Esaurita).
In Memoriam—(100 esemplari), 1879. (Esauriti).
Terra Vergine—Sesta edizione, 1881. (Esaurita).
Canto Novo—Sesta edizione, 1881. (Esaurita).
Intermezzo di rime—Ottava edizione, 1883. (Esaurita).
Il libro delle Vergini—Seconda edizione, 1884. (Esaurita).
San Pantaleone—G. Barbèra, editore, 1886—Prezzo L. 4.
Prezzo del presente volume: LIRE QUINDICI.
ISAOTTA GUTTADÀURO
GABRIELE D’ANNUNZIO
ISAOTTA GUTTADÀURO
ED ALTRE POESIE
CON DISEGNI
DI
VINCENZO CABIANCA—ONORATO CARLANDI—GIUSEPPE CELLINI
ENRICO COLEMAN—MARIO DE MARIA—CESARE FORMILLI
ALESSANDRO MORANI—ALFREDO RICCI—G. A. SARTORIO
ROMA
NEL DÌ NATALE DEL MDCCCLXXXVI
Editrice La Tribuna.
PROPRIETÀ LETTERARIA
PROLOGO
pompa, venìa con piano
incedere (la veste lilïale
risplendea di lontano)
cappa, che con ambigui
sorrisi riguardavano la figlia
de ’l papa,—ne’ contigui
che rispondeano a un nome
sonoro ed arrossian come soavi
fanciulle ed avean chiome
tenean coppe d’argento
entro la man levata, e con un gesto
d’umiltà grave e lento
le rose ed i rinfreschi.
Allettati correan pieni di brame
i veltri barbareschi
che mal ressero i paggi.
Gioivano le dame inclite in coro
ai gran salti selvaggi,
musaico a piene mani
cibi e rose, blandían trepidamente
i belli atroci cani.
balen da li occhi fuora
mettendo (a ’l riso il corpo agile e vivo
fremea come sonora
bianche rotonde e dure
un fante a lei da le papali coppe
versò le confetture.
amai e celebrai
e incoronai del mio lucido canto
ne’ boschi e ne’ rosai,
ove l’Amor v’aduna?
I vostri baci, più dolci de ’l vino,
a ’l sole ed a la luna
coppa di fin lavoro,
mentre i nuovi desii cercanvi a gara
—veltri da ’l guinzal d’oro,—
sottilemente infusa
io vi rendo. Gioite voi. Ma, prima,
Isaotta, la Musa,
tra i cigli e con protese
le bellissime braccia, offre il suo seno,
come Giulia Farnese.
IL LIBRO D’ISAOTTA
SONETTO LIMINARE
de la Speme, de ’l Riso e de’ Piaceri,
ove sotto i belli archi alti e leggeri
danzano i Sogni cinti di corone;
con i Desiri, cupidi sparvieri,
con i Peccati, veltri agili e neri,
attende a la sua dolce cacciagione;
vanno i cigni di Venere per torme
facendo a ’l dorso calice de l’ale;
sonante il verso e più ridan le forme
quando Isaotta Guttadàuro sale.
I.
IL DOLCE GRAPPOLO
I.
vermiglio in cima a ’l bel colle d’Orlando:
ei su’ vostri balconi ha ravvivato
le rose che morìan trascolorando.
Sorga da l’ampio letto di broccato
or la vostra beltà lume raggiando.
O madonna Isaotta, il sol che v’ama
con un lucido cantico vi chiama;
e gridano i paoni a quando a quando.
o ancor vi tiene il Sonno in tra le braccia?
Dolce sarebbe a’ nostri occhi vedere
i primi raggi su la vostra faccia
ove il trapunto lin de l’origliere
ne la notte lasciò sua rosea traccia.
Palpita il vostro sen con più veloce
ansia a’ richiami de la nostra voce,
mentre la fante il busto alto v’allaccia?
ch’è vie più chiara che l’alba del giorno,
e vestesi di seta Caturìa,
la qual fu lavorata in gran soggiorno
a la nobile guisa di Surìa»,
canta l’Antico nel poema adorno.
«Il su’ colore è fior di fina grana,
ed è ornato a la guisa indiana;
tinsesi per un mastro in Romanìa».
la mia donna; e la sua forma ninfale
tra le diffuse chiome a l’aria odora
e a ’l sol risplende più bianca del sale.
Tutta di gocce tremule s’irrora
ne ’l lavacro di marmo orientale.
Miran le statue a torno quella pura
forma e tessuta ad arte in su le mura
ride la greca favola d’Onfale.
su ’l cofano di cedro, alto lavoro
d’artefici maestri di tarsìa,
che sta ne ’l mezzo d’un bacile d’oro;
ove con signorile atto la mia
donna gitta incurante il suo tesoro
di smeraldi, rubini e perle buone
che piovon come per incantagione
sovra il metallo nitido e sonoro.
a mezzo de la rara conca emerge;
e la fante con anfore d’argento
pianamente d’ambrate acque l’asperge.
Al diletto ella freme, e con un lento
gesto la chioma rorida si terge.
Come tondi i ginocchi e come bianchi!
Han dal respiro un dolce moto i fianchi
e il petto ad ogni brivido s’aderge.
ir le beltà non viste imaginando.
A voi conviene omai d’esser pietosa
poi che da tempo in van prego e dimando.
La bocca picciolella ed aulorosa,
la gola fresca e bianca in fine quando
concederete al bacio disiato?
O madonna Isaotta, il sole è nato
vermiglio in cima a ’l bel colle d’Orlando.—
II.
sotto il grande balcon di tiburtino
ov’han lo scudo i Guttadàuro-Alima
con gocce d’oro in campo oltremarino.
Dormìa la villa ne ’l silenzio: in cima
a li aranci de ’l nobile giardino
aprivano i paoni le gemmanti
piume verso la luce, e de’ lor canti
striduli salutavano il mattino.
disse ridendo con gentile volto.
—Non questo è il tempo gaio de ’l pascore,
ma voi siete di ver loquace molto.
Or seguite a trovar rime d’amore,
chè con benigno orecchio, ecco, v’ascolto.—
Io le dissi:—Madonna, io son già fioco.
Or voi di sì salutevole loco
scendete a me che son di pene avvolto!—
ne li occhi le ridea novo pensiere.
Tutta quanta di porpora una vite
saliva da l’inferïor verziere,
e le bacchiche foglie colorite
mesceansi con le rose a le ringhiere.
Avean piegato un dì li aspri sermenti
a la copia de’ grappoli rubenti
che il padre Autunno infranse nel bicchiere.
vago sire, a la mia dedizïone.
—Il vago sire—io dissi—accoglie al tratto
quel ch’Isaotta Guttadàuro pone.
Ed ella:—Quando un sol grappolo intatto
ne’ vigneti che bagna il Latamone
lungh’esso il chiaro colle solatìo
troveremo, io sarò pronta al disìo
vostro e sarete voi di me padrone.—
III.
fece sicuro il gran patto d’amore.
E prendemmo la china. Senza vento
era l’aria; ne ’l placido candore
erano i campi senza ondeggiamento,
brevi selve di canne erano in fiore.
Quasi una gratitudine beata
al sole offrìa la terra bene amata:
era novembre, il tempo de ’l sopore.
lambiva in suo lunante arco i vigneti
ove l’ebro clamor vendemmiale
ed i carmi de’ rustici poeti
salutato avean già l’almo natale
de ’l vino autor di gioia, ora quieti.
Disse Madonna:—Siate accorto e saggio:
quivi incomincia il pio pellegrinaggio.—
D’in torno s’inchinarono i canneti.
o madonna Isaotta, ne ’l trovare.—
Ed ella a me:—Non ha virtude alcuna
il fino Amore per v’illuminare?
Il grappolo tardìo dove s’aduna
da lungo tempo, come in alveare,
la dolcezza del miele a ’l lento foco
de ’l sole, aspetta noi per qualche loco.—
Io dissi:—Non mi stanco di cercare.—
china che discendeva all’acque d’oro.
Da lungi a quando a quando una famiglia
di villici sorgendo da ’l lavoro
ci guardava con alta maraviglia;
e le fanciulle interrompeano il coro.
Venendo innanzi con giulivo ardire
una gridò:—Che mai cerchi, o bel sire?—
Ed io risposi a lei:—Cerco un tesoro.—
poi che non concedeami anco la mano.
In guardare tenea china la testa,
bella come la bella Blanzesmano
allor che cavalcò per la foresta
a fianco a ’l suo Lancialotto sovrano.
Le fronde sotto i pie’ stridevan forte;
ma a quelle viti ignude aspre e contorte
li occhi chiedevan la dolce esca in vano.
Era lungi un trar d’arco il bel rivaggio.
L’alta erba mareggiava in su ’l confine
placidamente, come biada a maggio;
or sì or no giungea da le colline
di citisi e di timi odor selvaggio.
Pareva il sol d’autunno per le chiare
vie de ’l cielo un novello orbe lunare:
i vapori facean mite il suo raggio.
ebber soavità così profonda:
cadevan come languide viole
da l’arco de la sua bocca rotonda.
E quel sorriso fievole de ’l sole
ancor la testa le facea più bionda.
Era, d’intorno, un grande incantamento.
Era il diletto mio qual d’uom che, lento,
in giaciglio di fiori ampio s’affonda.
attraversò con ilari saluti.
Noi trasalimmo, come ad un avviso
misterioso de la terra; e, muti,
impallidendo ci guardammo in viso.
Poi prendemmo sentieri sconosciuti.
I pioppi nudi e senza movimento
parevan candelabri alti d’argento;
ed i lauri fremean come leuti.
IV.
inaspettata vista del tesoro!
Giacea la bella vigna fiammeggiando
con tralci di rubino e foglie d’oro;
e uno stuolo d’augelli roteando
facea ne ’l mezzo de la vigna un coro,
—O madonna Isaotta, ecco la vita!—
io le gridai, con l’anima rapita.
Ed in alto gridò lo stuol canoro.
venìa, chè forte io la tenea per mano.
Tutta rosea volgea da me la testa,
bella come la bella Blanzesmano
allor che la baciò per la foresta
l’amato suo Lancialotto sovrano.
E le dissi:—O Madonna, io tengo il patto.
Per voi colgo il fatal grappolo intatto.—
Ella mi diede il bacio sovrumano.
II.
BALLATA D’ASTÍOCO E DI BRISENNA
il biondo Astíoco e Brisenna reina,
da ’l colle a ’l pian, da ’l fiume a la marina
sonavan alto le tue chiare imprese.
in figura d’un sistro, ismisurante.
Il verde paradiso due riviere
cingeano, come braccia d’un amante.
Il suol crescea meravigliose piante,
nudrito da le pingui alluvïoni.
Quivi tennero lieti eptameroni
il dotto Astíoco e Brisenna cortese.
era sì dolce, o Amore, e sì profonda
che il suolo si coprìa di rose e i fiumi
volgean oro smeraldi ambra ne l’onda;
e, come ne la Tavola Ritonda,
ragionavano i tronchi e le fontane,
potea la Luna su le menti umane,
munían gl’incanti ai prodi elmo e pavese.
sorgevano i palagi, aperti a ’l giorno.
Diecimila colonne scintillando
ricorrevan per l’alte moli a torno.
Vi saliva una scala, in doppio corno,
ampia, coperta di fanti e d’arcieri,
di messi, di valletti e di levrieri,
di dame e di donzelle in ricco arnese.
ivi, in un luogo detto Galaora;
e sedeano in su’ fulgidi tappeti,
ove li amor di Cefalo e d’Aurora,
illustri opere d’ago, uscieno fuora
qua e là di tra le vesti ricoprenti.
Sedean le donne, in bei componimenti
di grazia, ad ascoltar la serventese.
ricadente ne ’l vaso di porfíro,
che dieci ninfe e dieci satiretti
reggean, piegati ad una danza, in giro!
Immergeavi una coppa di zaffiro
Brisenna, e la porgeva a ’l rimatore.
Celava l’acqua in sè virtù d’amore
che in cor mortale si facea palese.
Venivan quindi per eguali torme
di sette; e digradando in lungo ad arte
imitare volean l’ímpari forme
de ’l flauto che il dio Pan seguendo l’orme
di Siringa construsse in su ’l Ladone.
Come le canne, l’agili persone
tutte vibravano, a la danza intese.
Ad una ad una le bocche fragranti,
le bocche dolci più che miel d’Imetto,
egli baciava, splendido in sembianti.
Fuggia la torma, ed ecco l’altra avanti.
E svolgeasi così, lungo i roseti,
la danza; mentre li èmuli poeti
a tal vista fremean nuove contese.
che un dì fluiron per sì larga vena?
Dov’è il murmure tuo che tanto piacque
a ’l mite Astíoco e a Brisenna serena?
Cadde una notte ne ’l tuo sen la piena
Luna, divelta per forza di carmi.
S’infransero a ’l tremore orrido i marmi,
e fumaron stridendo l’acque incese.
ripristino il tuo punto di lettura…
carico il resto…